Il numero 8 è il portiere

Il numero 8 è il portiere

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Guglielmo Manuali

Sport & Benessere 06 | p. 218 | ed. gennaio 2023
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Descrizione

Il numero 8 è un simbolo di perfezione ed armonia, ma come può coesistere in una squadra che ha tentato di comprimere lo spazio ed il tempo? Nel racconto l’autore traccia la descrizione di un’epoca che in una storia sportiva ha emozionato gli amanti del football. I tulipani olandesi, appaiono in questa prospettiva gli eredi naturali dei Provos, dei Beatles e dei Rolling Stones. Ma il saggio invita a comparare le tattiche del campo alla struttura del cervello umano, alle leggi della comunicazione ed alle variegate forme della relazione interpersonale.

Manuali Guglielmo, nato nel 1958, è il prof. per eccellenza: ariete, impulsivo, riflessivo, estroverso ed intuitivo. Studioso di Scienze Umane, sportivo, agonistico, prende la vita di petto, ama
Spinoza poiché ha considerato la realtà figlia del caos. Negli anni ha intrapreso un percorso di apprezzamento  degli altri che lo ha portato a rivedere se stesso. Persona ed ombra, masculino
e feminino, in un dialogo junghiano, egli ha metabolizzato il dolore attraverso la lettura e la scrittura. Si definisce una persona in  cammino oppure che va di corsa, l’obiettivo per lui non è il raggiungimento della cima, ma conoscere i fianchi della montagna

Premessa
La realizzazione di un’opera si rivela sempre una particolare impresa, ma è molto tempo che mi interrogavo su questo e sono veramente soddisfatto, oggi 1 agosto, di poter partire per questo
viaggio; all’inizio non ci sarà un ordine ma solo un avvicinamento alla conclusione che è fissata il 31 dicembre. Splendido! Non mi sembra vero! Perché non ci ho pensato prima? Il mio
sarà da principio un andare a braccio argomentando in chiave antropologica di football, lo sport che è il più amato di tutti, utilizzando la mia esperienza.
Molti amici si ricordano di me, delle discussioni che abbiamo intrapreso in materia, correndo spesso il rischio di apparire banali e di finire in considerazioni lapalissiane, ma il racconto
non ambisce ad essere un saggio e neppure un romanzo, non è una autobiografia e nemmeno una critica, è effettivamente una testimonianza in materia, che non si scardina dalle testimonianze di vita, tante ce ne sono che si inseriscono in un tessuto molto significativo per la storia del nostro paese.
Allora partiamo: c’è un anno d’inizio che è il 1974, fino allora il nostro modo di giocare e di stare in campo, era arroccato sul principio del… prima non prenderle nella marcatura a uomo. I
nostri allenatori caricati di passione ci inducevano a stare incollati comunque, ognuno al proprio uomo. Le partite divenivano monotone e la nazionale era lo specchio di questo, e malgrado i
risultati positivi, era più affascinante parlare di calcio che vederlo giocare.
Noi ragazzi, all’età di 16 anni circa, avevamo gradualmente mutato orizzonte. Un po’ il Celtic, ma soprattutto l’Ajax e il Feyenoord ci aiutarono ad immaginare un altro tipo di football
che per noi fu una vera rivelazione. Un gioco nel quale non ci si doveva più preoccupare dell’uomo in senso stretto, ma della palla, e si metteva in pratica il pressing e la tattica del fuorigioco;
quella condizione out in cui può trovarsi uno o più giocatori durante la gara. Tutto questo farebbe pensare ad una tattica logorante, improduttiva e piena di interruzioni, tutt’altro, i
ragazzi in campo, abituati ai movimenti, esprimevano con grande cognizione le loro abilità: si aiutavano e collaboravano tutti nella copertura degli spazi. In poche parole vederli giocare
insieme assomigliava all’ascolto di uno spartito musicale, ad un’opera di grande architettura che ha come metafora, per utilizzare il linguaggio di Elias Canetti, quello della diga che riesce
come invenzione pura ad arginare la forza delle acque e le convoglia e le tiene in una struttura che è produttiva per la collettività.
Dunque furono i campionati del mondo del 1974, visti finalmente a colori, che ci diedero lo spessore di questa strategia che fu però dalla maggior parte degli operatori mal interpretata.
I nostri allenatori ci costrinsero a sedute interminabili in campo con lunghe serie infinite di ripetute, dando sempre di più scarsa importanza alla tecnica. I risultati furono squadre
inebetite senza alcuna compattezza e visione di gioco, con l’effetto al contrario che nei campionati di categoria prevalevano i team che sapevano riprodurre effettivamente la vecchia linea di
gioco (libero staccato, due marcatori, ala tornante, terzino fluidificante a sinistra) e poi catenaccio e gioco di rimessa.
Tutta l’osservazione nei campi di calcio era andata delusa, prevalevano le tattiche di rottura del gioco che umiliavano la creatività e la tecnica, in Italia come ho cercato di illustrare al quotidiano La Gazzetta dello sport nella persona di Franco Arturi, ci fu un tecnico che riuscì a proporre un’inversione di tendenza, il toscano Corrado Viciani nei primi anni 70, il quale
aveva cercato di impostare le sue squadre sul possesso di palla, i movimenti ad aprire il gioco e sulla zona. Egli non aveva certo grandi giocatori, ma riuscì in un’impresa che non ebbe altri
interpreti tranne il Foggia di Zeman e fu osservata come un’affascinante impresa.
Vi garantisco che dal mio osservatorio particolare ebbi occasione di assistere alla partita tra il Milan di Rocco e la Ternana di Viciani nel 1972 e chi ebbe le maggiori opportunità di andare
in gol furono le fere. La partita terminò 0-0 e fu per me la dimostrazione del valore di quel tipo di gioco.

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